Pur nella consapevolezza delle problematiche connesse all’uso dei social networks oggi, per una rivista culturale aprirsi al dire e al divenire del nuovo in informatica non è soltanto un’opportunità da poter cogliere ma è anche una necessità che si deve cogliere. La sfida che quest’epoca di profonde trasformazioni sociali, economiche, culturali demanda a tutti coloro che sono impegnati sul fronte della cultura, della critica e della ricerca è da sempre quella di interrogarsi sui radicali cambiamenti che ci si pongono dinnanzi senza rinunciare ad analizzare criticamente quegli stessi strumenti di cui ci si serve per dare voce ai cambiamenti stessi. Come si è più volte in questa sede scritto, è infatti compito di una critica che sia una vera critica e quindi che risulti mai paga di farsi – anche – autocritica di frequentare l’antico strumento della dialettica come mezzo per indagare il presente. Ciò significa tentare di capire gli eventi nel tempo del loro accadere, ossia aprirsi a un discorso sulla fenomenologia del presente che dia ragione della sfumata, complessa, mai immediata totalità dell’essere in quanto divenire.
Per chi volesse approfondire quelle che possiamo chiamare le “ragioni di un dissenso” – tesi che corrisponde a un possibile e troppo spesso frequentato uso negativo dei social networks – rimandiamo a un articolo uscito più di un anno fa su Facebook e le logiche culturali dei nuovi strumenti di comunicazione di massa (vai all'articolo)
Aprendoci oggi all’uso della piattaforma Facebook e di Twitter diamo invece voce, antiteticamente, alle “ragioni di un consenso” ma non prendiamo le distanze dalle osservazioni fatte in passato: alcune considerazioni sono tutt’oggi più che mai valide, altre assumono sfumature differenti ma rimangono invariate nella sostanza. Tuttavia la posizione che si è scelto di prendere è quella di accogliere la sfida a cui i nuovi media ci sottopongono e schiuderci - se non aprirci, perché le cautele sono d’obbligo - a una nuova scommessa culturale.
Sebbene vi siano molti aspetti perniciosi nell’uso – o in quest’uso, e qui sta, crediamo, il cuore del problema – dei social networks (la riduzione della partecipazione politica a un click, la consolazione di far parte di un gruppo sociale quando vi si partecipa solo virtualmente, la trasformazione dei rapporti individuali in rapporti virtuali, la semplicistica immediatezza a cui si è degradata la comunicazione, l’ipertrofia dell’immagine, la de-realizzazione del reale, il divenire dello spettacolo un modo privilegiato di sentire e agire nel mondo, ecc.), i recenti eventi che hanno segnato la scena politica e sociale internazionale (le manifestazioni di piazza nate da un tam tam sulla rete grazie alla divulgazione delle notizie secondo canali molti-a-molti, la possibilità di diffusione delle informazioni al di fuori dei circuiti di comunicazione tradizionali, ecc.) sono segnali positivi che oggi come oggi riteniamo sia giusto non ignorare solo perché legati alla dialettica del loro contrario. Se non è possibile annullare l’indissolubilità che lega un polo al proprio opposto, è infatti per lo meno possibile battersi perché la bilancia penda da una piuttosto che dall’altra parte di questa polarità. Questo può l’uomo e la propria partigianeria intellettuale.
La sfida è capire se un uso diverso dei social networks è dunque possibile e, se sì, quale strada sia giusto percorrere. Tentiamo di frequentare questa scommessa a nostro modo chiosando questa breve nota con le stesse parole usate in chiusura del nostro editoriale, come segnale di continuità col passato che mai defunge e cioè che l'impegno di chi vi scrive “rimane sempre quello indicato da Rino Sudano nel lontano 1977: la ricerca, nell'arte e nella critica, dell'uomo etico e concreto”. |